Tra le immagini certamente più significative della stagione di Premier League c’è sicuramente quella di Eddie Howe che lascia sconsolato il Vitality Stadium dopo uno sconfitta interna del suo Bournemouth, decisiva per la retrocessione in Championship dopo cinque stagioni nell’élite del football inglese. Alle sue spalle, sugli spalti vuoti, il famoso banner “Eddie had a dream”. Mai come in questo momento è opportuno parlare al passato di questo grande sogno, iniziato nel lontano 2009 sui campi della League Two.
Eddie Howe era infatti subentrato in panchina il 1° gennaio 2009, dopo una carriera da giocatore vissuta quasi per intero nelle Cherries. In quel momento la situazione del Bournemouth era a dir poco disperata, perché il club era in gravissime difficoltà economiche ed era entrato in Administration, l’amministrazione controllata per le squadre che non possono pagare i propri debiti, che per la EFL comporta automaticamente una detrazione di punti in classifica. Così nel 2007/08 il Bournemouth retrocede in League Two dopo una penalizzazione di 10 punti, iniziando poi la stagione in quarta divisione da -17, rischiando così di scivolare nel baratro del dilettantismo. L’arrivo in panchina di Howe salva una situazione ormai compromessa, e la salvezza arriva in uno scontro diretto, all’ultima partita interna contro il Grimsby Town. In quel momento sembrava solo un modo per rimandare la caduta, e invece ha segnato l’inizio di una delle più grandi favole degli ultimi anni.

Dopo un solo anno il Bournemouth riesce infatti a tornare in League One, e anche la stagione 2010/11 iniziò con buoni risultati e con la speranza di un posto ai playoff, anche se a gennaio Howe aveva accettato la corte del Burnley ed era salito da solo in Championship. L’esperienza sulla panchina dei Clarets non è felice, e allora nell’ottobre 2012 ritorna a casa e centra un’altra promozione, stavolta non da solo. Basta una sola stagione di assestamento in Championship, perché il 27 aprile 2015 è la data della prima storica promozione in Premier League per una squadra di dimensioni estremamente ridotte.

La Premier League è il campionato più esigente in assoluto in termini economici, e per una realtà così piccola non è stato facile mantenersi in alto così a lungo. Il Vitality Stadium, o Dean Court, è nettamente lo stadio meno capiente dei 20, con appena 11300 posti, per cui il club non può sopravvivere solo con gli ingressi del suo stadio e del merchandising, trovandosi in una zona della Costa Sud senza grande appeal internazionale. L’88% dei ricavi dell’ultima stagione sono arrivati dai diritti televisivi, faraonici, che la Premier League suddivide in modo piuttosto equo anche alle squadre più piccole, ma la retrocessione toglie questa importante risorsa. Retrocessione che arriva dopo tre anni consecutivi di bilanci in perdita, a causa di un monte ingaggi cresciuto più velocemente di quanto il club si potesse permettere, passando in due anni da 71.5 a 111 milioni di sterline, a cui vanno aggiunti i 109 milioni di prestiti senza interessi del proprietario, il russo Maxim Demin. Una situazione resa ancora più complicata dalla crisi sanitaria, che avrebbe costretto il Bournemouth a vendere diversi giocatori importanti anche in caso di salvezza.

Oltre ad avere una disponibilità economica piuttosto modesta rispetto ad altri concorrenti diretti per la salvezza, nelle ultime finestre di mercato sono stati fatti diversi investimenti sbagliati: nel totale delle sessioni di mercato da club di Premier League, il Bournemouth ha avuto un bilancio complessivo di -142 milioni, spendendo cifre significative per giocatori come Jordon Ibe (18 milioni al Liverpool nel 2016), Solanke (21 milioni nel 2018) o Danjuma, arrivato la scorsa estate dal Belgio per 18 milioni e per giocare poco più di 600 minuti. Delle scommesse perse che possono costare ancora più caro per una squadra che per non si può permettere di pagare cartellini così onerosi in ogni sessione di mercato. Nonostante ciò, le Cherries hanno diversi elementi molto appetibili sul mercato di Premier: giocatori come Aké (vicino al Manchester City), Lerma, Billing, Lewis Cook, King e Callum Wilson garantiranno un tesoretto importante per attutire le perdite legate alla retrocessione e sfoltire il monte ingaggi in vista della Championship.
Chi invece saluterà senza lasciare nulla è Ryan Fraser, che ha rifiutato qualsiasi proposta di rinnovo e si è svincolato prima del termine della stagione. Il malcontento dello scozzese è stata la principale causa della retrocessione, perché il tandem con Callum Wilson è passato da un totale di 21 goal e 24 assist, molti dei quali reciproci, ad appena 9 reti e 4 assist in appena una stagione, facendo precipitare la pericolosità offensiva di tutta la squadra, che ha toccato il punto più basso in termini realizzativi nelle ultime cinque stagioni. In questo senso Howe non ha fatto nulla per risolvere il problema, affidandosi spesso a un centrocampo muscolare Lerma-Billing, complice anche l’infortunio di Lewis Cook, che non ha però limitato il numero di goal subiti, ancora superiore ai 60 come nei quattro anni precedenti. Per la prima volta da quando è arrivato in Premier abbiamo visto un Bournemouth piatto e senza idee, lontano parente della squadra spregiudicata e divertente che si era stabilizzata come una solida realtà in Premier League.

La ripartenza dal basso sarà tutt’altro che semplice, anche perché sarà senza dubbio senza l’artefice del miracolo: Eddie Howe ha infatti già annunciato l’addio alla creatura che ha plasmato e portato dall’orlo del baratro alle porte del paradiso, e che lo porterà sicuramente verso un contesto più importante, perché il finale amaro non ha di certo sminuito quanto era stato costruito di buono. Era fuori da qualsiasi logica pensare a un futuro così importante per l’AFC Bournemouth dopo quella decisiva vittoria sul Grimsby Town a Dean Court, che non segnò solo la permanenza nel sistema professionistico, ma anche la prima tappa di una cavalcata iniziata qualche mese prima, quando Eddie had a dream on minus seventeen.
Giovanni Valenzasca
