31 maggio 2019: Antonio Conte è il nuovo allenatore dell’Inter. Più di un anno è passato da quella data in cui si consumò uno dei più grandi “tradimenti sportivi” dell’ultimo periodo: una bandiera del club più odiato dai nerazzurri, la Juventus, diventava l’uomo che doveva rendere di nuovo grande la Beneamata. A questo punto possiamo guardare con occhio critico all’operato del tecnico salentino e al suo rapporto con la sponda nero-blu del Naviglio.
I numeri – Cominciamo con un’analisi di ciò che è puramente statistico: i numeri. L’Inter ha 64 punti, risultato di 19 vittorie, 7 pareggi e 4 sconfitte. Tre delle quattro sconfitte sono arrivate negli scontri diretti con la Juventus e nella trasferta all’Olimpico contro la Lazio, rispettivamente prima e seconda forza del campionato, e sono, pertanto, accettabili. Meno accettabile, invece, è il crollo dell’Inter di pochi giorni fa con il Bologna: una tremenda rimonta, subita in casa, che ha portato al definitivo 1-2 di San Siro. Per quanto riguarda i pareggi, il discorso è diverso: sicuramente comprensibile lo 0-0 in casa con la Roma e l’1-1 con l’Atalanta, squadre ostiche che vivevano due momenti di forma positivi. Al contrario, è innegabile che il 2-2 casalingo con il Parma, il 3-3 con il Sassuolo, l’1-1 con il Cagliari, a Lecce e a Firenze siano in gran parte causa di punti persi, frutto dell’incapacità di questa Inter di chiudere le partite: questo è il primo grande difetto dei ragazzi di Conte, che raramente sono stati in grado di mettere in cassaforte anticipatamente i successi. Lo abbiamo visto più volte: con il Bologna, per esempio, il rigore sbagliato da Lautaro fornisce una chiara dimostrazione di questa tesi, così come la traversa assurda di Gagliardini nel 3-3 interno con il Sassuolo. Manca quindi una cattiveria, che magari il mister ha, ma non riesce a imprimere alla sua squadra.

Gli attriti – E qui passiamo al secondo grande problema: “no more Pazza Inter”, così si presentava Conte al pubblico, volenteroso di eliminare quella pazzia che da anni fa parte del DNA nerazzurro. A conti fatti potremmo dire che ci è riuscito, sin qui, in maniera parziale: alcune prove di grandi solidità ci sono state, ma allo stesso tempo l’Inter ha sempre avuto, sopratutto nel corso dei 90 minuti delle singole partite, sbalzi di rendimento: un esempio eclatante è il derby di ritorno. Nel primo tempo la squadra era in balia del Milan, che poteva chiudere il parziale con uno scarto ben più ampio nel punteggio. Nella seconda frazione la musica è cambiata: in campo è scesa da un’altra Inter, che, per meriti suoi e demeriti rossoneri, ne ha dati quattro ai cugini e ha ribaltato la partita. 4-2 il finale e forse il massimo livello di consenso raggiunto da Conte, eroe per una notte del tifo interista, con la squadra che aveva agganciato la Juve in vetta al campionato, caduta la sera prima a Verona, e che viveva il momento migliore della propria stagione.
Il succo è che Conte non è mai riuscito davvero a far sua l’Inter, mentre l’Inter, intesa come ambiente e tifo, non è mai riuscita ad accettare il passato ingombrante di Conte, da quella famosa intervista del 5 maggio 2002 agli scudetti sulla panchina della Juve. Alle prime incertezze l’allenatore è finito sempre sul banco degli imputati dei tifosi, sopratutto per quanto riguarda la frangia più estrema dei supporters nerazzurri.
Il mercato – Crepe accentuate anche dal mercato e dalle dichiarazioni dei protagonisti: Vidal, Dzeko e Giroud sono le prove più lampanti. Conte ha sempre chiesto questi giocatori ma non è mai stato accontentato, il che lo ha irritato molto. Ad onor del vero bisogna anche sottolineare come la società si sia impegnata il più possibile: Lukaku è stata una spesa ingente, Hakimi, in arrivo la prossima stagione, è probabilmente la miglior opzione sul mercato per il ruolo di esterno destro in un centrocampo a cinque e anche a gennaio l’Inter ha preso Moses e Young, richiesti apertamente da Conte. Mettiamolo in chiaro: queste uscite dell’ex allenatore di Siena e Juve non sono nuove, fanno parte del suo modo di sollecitare la società, ma non hanno sicuramente aiutato a distendere i nervi dei sostenitori nerazzurri in una situazione che era già piuttosto complessa e intricata. Così come non ha contribuito la solita storia del “pacchetto preconfezionato”, come se Conte non avesse responsabilità nella creazione della nuova squadra, anche se in realtà molti giocatori sono stati chiesti da lui. Insomma, situazione difficile anche sul fronte acquisti.

Rivoluzione – Il mercato ha anche destabilizzato l’ambiente anche per quanto riguarda il tema uscite: inutile negare che Lautaro Martinez abbia sofferto molto le difficili trattative sul suo cartellino tra Inter e Barcellona, mettendo sempre tutto in campo ma con grande nervosismo che ha causato un calo di rendimento rispetto alla prima parte di stagione. Oltre a lui, che l’Inter in realtà terrebbe volentieri, altri elementi della rosa sono stati messi alla porta: Vecino è un passo sotto a Gagliardini nelle gerarchie ed è destinato a lasciare Milano, come il connazionale Godin, mai entrato davvero a far parte del progetto Inter; con loro ci sono Asamoah, scomparso progressivamente nel corso dell’autunno, Biraghi, non sarà riscattato, Moses, che diventerebbe il terzo esterno destro e non sembra destinato a restare, Borja, completamente escluso da Conte, e Seba Esposito, che, inizialmente, sembrava essere parte della nuova Inter ma con il rientro di Sanchez il campo l’ha visto oggettivamente poco. Insomma, si riparte, nuovamente dalle fondamenta.
Intransigente – Molto importante è anche l’approccio rigido che Conte ha adottato. La difesa a 3 è un mantra, per l’allenatore non può essere eliminata nonostante alcuni elementi di spicco della rosa come Godin e Skriniar facciano più fatica. A centrocampo merita di essere menzionata la questione Eriksen: il danese doveva essere il cambio di passo nell’Inter del girone di ritorno, aiutando in maniera netta la squadra nella lotta per riportare lo scudetto a Milano, ma così non è stato. L’ex Tottenham ha fatto molta fatica a integrarsi e per ora le sue prestazioni sono lontane da quelle viste a Amsterdam con la casacca dell’Ajax e a Londra con la divisa degli Spurs. Anche lui dovrà fare sicuramente meglio nella prossima stagione, per non diventare subito una ricca plusvalenza.

Un giudizio – In ogni caso, adesso risulta difficile dire che l’impatto di Conte sia stato negativo: i punti raccolti sono tanti e l’Inter ha fatto sua anzitempo la qualificazione in Champions League, sopratutto perché le altre squadre hanno reso meno del previsto. D’altro canto l’obiettivo Scudetto è svanito troppo in fretta, sia per gli investimenti della proprietà Zhang sul mercato, sia per lo stipendio di Conte, che prende 10 milioni l’anno ed è l’allenatore più pagato del campionato. Rispetto alla gestione Spalletti, l’Inter è stata sicuramente più solida, ma guardando solo e soltanto alla classifica non riesce a schiodarsi dalla lotta tra terzo e quarto posto, così come non riesce a superare la tradizionale crisi di rendimento del girone di ritorno.
Al primo anno di questo progetto è tuttavia chiaro che Conte non potesse vincere da subito, ma è altrettanto solare che sicuramente ci sia aspettava qualcosa di più: se dovessimo dare un voto non sarebbe né una promozione, né una bocciatura.
Debito estivo dunque per Antonio, che già da domani contro il Verona dovrà mostrare un nuovo volto della sua Inter, più concentrata e capace di vincere, per porre le basi di quello che sarà il vero assalto al titolo della prossima stagione.
Alessandro Savoldi