Un mercato scintillante, un allenatore giovane e con delle idee e una piazza vogliosa di tornare in alto.
Era partito sotto i migliori auspici il nuovo progetto del Real Betis Balompié, che aveva salutato Quique Setién per affidarsi a un giovane tecnico catalano, che aveva portato per la prima volta il Huesca in Primera e l’Espanyol in Europa League dopo tanto tempo nel giro di appena due stagioni.
Dopo meno di un anno, la storia fra il Betis e Rubi è già finita, dopo una sconfitta 1-0 al Nuevo San Mamés ed appena un punto nelle tre partite giocate post lockdown, tra cui un derby perso in malo modo, che collocano i verdiblancos al 14° posto in classifica, a distanza siderale dall’Europa e con un margine di 8 punti non particolarmente confortante sulla zona retrocessione.

Non è facile definire dove iniziano e finiscono le colpe dell’allenatore, ma quel che è certo è che nell’ambiente e sul campo non è mai scattato il feeling fra squadra, tecnico e tifosi. Già dalle prime settimane infatti il Betis si trovava in grossa difficoltà, tanto che la panchina di Rubi era già bollente nel mese di ottobre, quando il Betis toccò addirittura la zona retrocessione per due giornate consecutive. L’unico periodo realmente positivo della stagione è stato tra novembre e dicembre, quando i goal dell’eterno Joaquín Sánchez portarono a tre vittorie consecutive, che tutt’ora rappresentano l’unica striscia positiva del campionato del Betis. Il 2020 è stato invece catastrofico, tanto che nelle ultime 10 giornate sono arrivati appena 7 punti
con una sola vittoria. Una vittoria prestigiosa, 2-1 sul Real Madrid al Benito Villamarin, arrivata subito prima del lockdown, da cui però il Betis è tornato nella sua peggior versione, palesando tutti i problemi che lo hanno accompagnato durante l’intera stagione e che hanno portato al cambio di allenatore.

Mai come in questo caso, suonano come una condanna le parole di Juanma Lillo, attuale assistente di Guardiola: “dimmi con che mediocentro vai e ti dirò che squadra sei”, perché la grande problematica del Betis di questa stagione è stata la mancanza del giocatore giusto davanti alla difesa.
Era evidente già dallo scorso anno che William Carvalho avesse bisogno di essere accompagnato da un pivote fisso davanti alla difesa, che fosse sicuro col pallone nella prima costruzione e permettesse maggiore libertà al portoghese, fondamentale per il gioco di posizione, a cui Rubi ha cercato di dare continuità dopo l’ultima stagione con Quique Setién.
Quando però lo stesso Carvalho ha avuto problemi fisici, che lo hanno tenuto fuori addirittura per 26 partite, il problema è diventato insostenibile. Nè Javi García nè Kaptoum sono stati all’altezza, Guardado non ha reso come nelle due stagioni precedenti, e anche l’arrivo a gennaio di Guido Rodríguez non ha dato i frutti sperati.
La mancanza di qualità davanti alla difesa ha costretto Rubi ad abbassare di molto il raggio d’azione di Canales, giocatore dalla qualità indiscutibile, ma non a suo agio in quel ruolo. La necessità di aumentare la qualità dietro ha portato però alla perdita di pericolosità tra le linee, dove Canales era determinante ed era il partner ideale per Fekir, così come lo era stato l’anno scorso per Lo Celso. Il francese si è trovato dunque piuttosto isolato, costretto a coprire più campo in orizzontale, costruendo quasi più per sè stesso che per l’efficacia di squadra, in una stagione che rimane comunque relativamente positiva per l’ex Lione, uno dei colpi di maggior impatto mediatico dell’intera estate spagnola. Lo stesso non si può dire invece dell’altro grande acquisto dell’estate Bética, Borja Iglesias: i numeri del Panda sono impietosi se confrontati a quelli della scorsa stagione, in cui, sempre con Rubi in panchina, aveva timbrato 17 volte con la maglia dell’Espanyol. Quest’anno è fermo a quota 3 e non trova il goal dal 19 gennaio, ma il suo scarso rendimento realizzativo non è del tutto imputabile a lui, viste che le carenze profonde di una squadra costruita non al meglio in sede di mercato, a cui Rubi ha cercato di mettere una pezza senza risultati. Nella penultima uscita contro il Granada, un dato ci ha fornito una fotografia dell’inefficacia del piano tattico del Betis e dell’idea del tecnico catalano: Nel pareggio 2-2 contro i Nazarí, per la prima volta dalla stagione 2005/06, la squadra Bética non è riuscita a vincere con un possesso palla di almeno 80%.

Ma i numeri non sono allarmanti solo in fase di possesso, perché anche in fase difensiva il Betis è stato catastrofico: solo il Mallorca e l’Espanyol, rispettivamente ultima e terzultima in classifica, hanno incassato più reti, nonostante il pacchetto difensivo composto da Bartra, Mandi, Sidnei e Feddal sia uno dei migliori sulla carta dell’intera. Lo schieramento a quattro con due terzini con mentalità offensiva come Emerson Royal e Álex Moreno, e in generale l’abitudine di tutta la linea a giocare con tre centrali, hanno portato a degli scompensi difensivi preoccupanti, e non è un caso che le migliori partite siano arrivate quando davanti alla difesa ha giocato il canterano Édgar, giocatore prezioso in fase difensiva come centrale aggiunto, ma anche lui non un fine esteta col pallone tra i piedi.

Non bisogna tralasciare che l’andamento generale della squadra è stato condizionato anche da una buona dose di sfortuna, e che probabilmente i 34 punti in classifica sono meno di quanti ne avrebbe effettivamente meritati, ma era altrettanto chiaro che il progetto non avesse né capo né coda e ci fosse bisogno di un segnale forte. Come sempre succede, l’allenatore è il primo a saltare quando le cose vanno male, ma il fallimento della stagione del Betis non può essere imputato unicamente a Rubi, che ha indubbiamente delle responsabilità, ma che vanno condivise con la direzione sportiva, con la stagione sottotono dei singoli e alcune circostanze negative.
L’imperativo ora è invertire la rotta, e anche se non è ancora chiaro quali siano i candidati a sedersi sulla panchina del Benito Villamarin, momentaneamente affidata ad Alexis Trujillo, deve essere molto chiaro dalle parti di Heliópolis dove intervenire in vista della stagione 20/21, che non può e non deve essere un altro anno di transizione per una delle tifoserie più calde di Spagna, che ora si aspetta qualcosa in più dei grandi nomi sul mercato dell’ultima estate, preludio ad una stagione fallimentare e praticamente già finita.

Giovanni Valenzasca